Ci sono momenti in cui il corpo vorrebbe parlare, ma non trova le parole
E a volte accade proprio nell’intimità, nel luogo in cui ci si aspetterebbe di sentirsi più liberi, accolti e vicini
Un desiderio che si interrompe. Un’erezione che non arriva o che viene persa. Un’eiaculazione troppo rapida. Una difficoltà a lasciarsi andare. Una lubrificazione che viene meno. Un orgasmo che non arriva. Oppure, più semplicemente, la sensazione di essere troppo concentrati su ciò che “dovrebbe” accadere per riuscire davvero a vivere ciò che sta accadendo
Ansia da prestazione sessuale: quando l’intimità diventa una prova da superare
È qui che può entrare in scena l’ansia da prestazione

Ma il problema, spesso, non si esaurisce nella difficoltà sessuale
Perché dopo il blocco può arrivare il silenzio
E quel silenzio, nella coppia, può diventare molto più pesante del problema da cui è nato
Quando l’intimità diventa una prova da superare
L’intimità sessuale dovrebbe essere un incontro. Eppure, quando compare l’ansia da prestazione, può trasformarsi inconsapevolmente in una sorta di esame
“Funzionerò?”
“Riuscirò a soddisfarlo?”
“Riuscirò a soddisfarla?”
“Avrò un’erezione?”
“Riuscirò a mantenerla?”
“Avrò voglia abbastanza?”
“Raggiungerò l’orgasmo?”
“Se questa volta non ci riesco, cosa penserà di me?”
Sono domande che possono sembrare lontane dal desiderio, ma che finiscono per occupare proprio quello spazio mentale che servirebbe per lasciarsi andare
L’attenzione si sposta dal piacere alla prestazione, dal sentire al controllare dall’incontro alla verifica
E più ci si osserva, più diventa difficile essere presenti
In questo senso, l’ansia da prestazione non riguarda soltanto il corpo. Riguarda anche lo sguardo che impariamo a rivolgere a noi stessi
Uno sguardo che può diventare severo, esigente, giudicante
Il corpo si blocca. E purtroppo,spesso, anche le parole

Dopo un episodio di difficoltà sessuale può comparire un’altra reazione: il ritiro
La persona che ha vissuto il blocco può sentirsi esposta, inadeguata, imbarazzata o profondamente vulnerabile
Può pensare:
“Che figura ho fatto?”
“Adesso penserà che non sono abbastanza.”
“Non voglio che succeda di nuovo.”
“Non so come parlarne.”
E allora si chiude
Magari evita l’argomento. Cambia discorso. Evita temporaneamente l’intimità. Cerca di non trovarsi nuovamente in una situazione che potrebbe riproporre quella sensazione
Il problema è che, dall’altra parte, il partner vede soltanto il comportamento, non necessariamente ciò che sta accadendo dentro quella persona
E può iniziare a costruire una propria spiegazione:
“Forse non gli piaccio più.”
“Forse non le piaccio più.”
“Avrà un’altra persona.”
“Non mi desidera.”
“Non sono abbastanza attraente.”
“Ho fatto qualcosa di sbagliato.”
Così nasce un paradosso doloroso: una difficoltà che magari nasce dalla paura di deludere l’altro può finire per essere interpretata proprio come una mancanza di desiderio verso l’altro
Ansia da prestazione e coppia: quando il silenzio diventa il vero problema

È questo, spesso, il vero problema.
Non soltanto ciò che accade durante il rapporto sessuale, ma ciò che accade dopo.
Lui o lei si chiude in ritirata.
L’altro partner sente la distanza e cerca una spiegazione.
Non trovandola, la costruisce.
E quella spiegazione può essere dolorosa.
“Non mi vuole più.”
“Non gli piaccio.”
“Ha un’altra/o.”
“Non sono più desiderabile.”
“Tra noi qualcosa si è rotto.”
A quel punto può comparire una seconda forma di ansia: non più soltanto l’ansia della persona che teme di “non funzionare”, ma quella del partner che teme di non essere più amato o desiderato
E le due ansie possono alimentarsi reciprocamente
Uno evita per paura di fallire. L’altro interpreta l’evitamento come rifiuto
Il partner si sente rifiutato e può diventare più insistente, più preoccupato o più bisognoso di rassicurazioni
La persona che vive la difficoltà percepisce ancora più pressione
E la pressione aumenta ulteriormente il blocco
Si crea così un circolo vizioso:
Ansia → blocco → silenzio → interpretazione → distanza → maggiore ansia
E più passa il tempo, più diventa difficile rompere il silenzio
Un primo passo per tornare a parlare
Se vi riconoscete in questo circolo, forse il primo passo non è cercare immediatamente di “risolvere” la difficoltà sessuale
Potrebbe essere, più semplicemente, riuscire a parlarne
Per questo ho preparato una breve guida gratuita con 3 esercizi pratici di comunicazione pensati per aiutare la coppia a ritrovare uno spazio di dialogo
Se vuoi riceverla, puoi contattarmi direttamente
Cominciare a parlare è già un modo per interrompere il circolo vizioso
La vergogna ha bisogno di nascondersi

C’è una parola che accompagna spesso queste esperienze: vergogna
La vergogna dice:
“Non dovrei essere così.”
“Un uomo dovrebbe funzionare sempre.”
“Una donna dovrebbe desiderare.”
“Dovrei essere capace di soddisfare il mio partner.”
“Se amassi davvero il mio compagno o la mia compagna, questo non succederebbe.”
Sono convinzioni che possono essere molto profonde
E quando una persona si vergogna, parlare diventa difficile. Perché parlare significa esporsi
Significa dire: “Ho paura.”
“Mi sento inadeguato/a.”
“Non so cosa mi sta succedendo.”
“Quando siamo insieme sento una pressione che non riesco a spiegare.”
Ma proprio ciò che è difficile dire è spesso ciò che avrebbe maggiormente bisogno di essere ascoltato, meglio se da un professionista, in uno spazio nel quale non ci si senta giudicati
Disinnescare il tabù della performance
Uno degli obiettivi del lavoro terapeutico può essere proprio questo: togliere l’intimità dalla logica della prestazione
Non siamo di fronte a un esame. Non c’è un voto
Non esiste un risultato che determini il valore di una persona, di un uomo, di una donna o di una coppia
L’intimità non è una prova di efficienza. E il corpo non è una macchina che deve necessariamente rispondere a comando
Questo non significa negare la difficoltà sessuale o minimizzarla
Al contrario.
Significa poterla guardare senza trasformarla immediatamente in una sentenza su di sé:
“Non valgo.”
“Non sono desiderabile.”
“Non sono abbastanza uomo.”
“Non sono abbastanza donna.”
“Non sono capace di soddisfare il mio partner.”
Una difficoltà può essere ascoltata senza diventare un’identità
Come parlare dell’ansia da prestazione con il partner senza ferire

A volte la coppia non ha bisogno, come primo passo, di trovare immediatamente una soluzione. Ha bisogno di riuscire a parlare. Ma parlare di sessualità richiede attenzione
Dire:”Perché non mi desideri?”oppure”Che problema hai?”
può facilmente essere vissuto come un’accusa
E quando una persona si sente giudicata, può chiudersi ancora di più
Può essere più utile partire da sé, dalla propria esperienza, senza attribuire intenzioni all’altro
Faccio un esempio:
“Quando è successo, mi sono sentita/o distante da te e ho avuto paura che non mi desiderassi più.”
“Mi sono accorta/o che sto interpretando il tuo silenzio e vorrei invece capire cosa stai vivendo.”
“Non voglio metterti pressione. Vorrei soltanto che potessimo parlarne insieme.”
“Per me è importante sapere che possiamo affrontare anche questa cosa senza giudicarci.”
Sono frasi molto diverse da:
“Non ti piaccio più?”
“Perché non riesci?”
“Che cosa hai?”
“È colpa mia?”
La differenza non è soltanto nelle parole.
È nel messaggio che le accompagna.
Nel primo caso sto cercando di entrare in relazione. Nel secondo rischio di chiedere all’altro di difendersi
Il mio focus terapeutico: creare uno spazio in cui non sia necessario fingere
Nel mio lavoro, uno degli obiettivi è disinnescare proprio il tabù della performance.
Non soltanto parlare della sessualità, ma creare le condizioni perché la persona possa parlare di ciò che prova mentre parla della propria sessualità
Paura. Vergogna. Aspettative. Bisogno di essere desiderati. Timore di deludere. Rabbia.Frustrazione. Solitudine. Desiderio.V ulnerabilità
In un approccio di ispirazione Rogersiana, il punto di partenza non è giudicare ciò che la persona vive, né dirle immediatamente come dovrebbe comportarsi
È incontrarla. Ascoltarla. Cercare di comprendere la sua esperienza dal suo punto di vista
Offrire uno spazio nel quale possa sentirsi accolta, senza dover dimostrare nulla
L’ascolto empatico, l’autenticità e l’accettazione incondizionata diventano così elementi fondamentali del percorso
Perché una persona che non si sente giudicata può iniziare, gradualmente, a smettere di giudicare se stessa
E quando diminuisce la necessità di difendersi, può diventare possibile anche guardare ciò che sta accadendo con maggiore libertà
Dalla prestazione all’incontro

Forse una delle domande più importanti non è:
“Come posso tornare a funzionare?”
Ma:
“Che cosa mi sta succedendo quando sento di dover funzionare?”
La differenza può sembrare piccola, ma cambia completamente la prospettiva
Nel primo caso siamo ancora dentro la logica della prestazione: c’è qualcosa che non funziona e dobbiamo aggiustarlo.Nel secondo iniziamo ad ascoltare la persona
Il corpo può allora smettere di essere soltanto qualcosa da controllare e diventare anche un messaggero di ciò che stiamo vivendo
E la sessualità può tornare, lentamente, a essere ciò che dovrebbe poter essere: non una prova da superare, ma un incontro
Un incontro con l’altro. E anche, forse soprattutto, un incontro più autentico con se stessi
Perché parlare della propria vulnerabilità non significa essere deboli.A volte significa semplicemente avere trovato il coraggio di dire:
“Non so esattamente cosa mi sta succedendo. Ma vorrei poterlo condividere con te, senza paura di essere giudicato.”
Ed è proprio da lì, spesso, che può ricominciare il dialogo
Quando chiedere aiuto diventa un modo per tornare a parlarsi
Sbloccate la vostra situazione: facciamo un primo passo insieme
Se l’ansia da prestazione, il silenzio o la distanza stanno iniziando a occupare troppo spazio nella vostra relazione, chiedere aiuto non significa aver fallito
Può significare, semplicemente, smettere di affrontare tutto da soli
Per questo ho scelto di offrire un primo colloquio conoscitivo gratuito di 15 minuti, telefonico oppure online su Zoom
Non è una seduta di terapia
È uno spazio protetto e senza giudizio nel quale puoi raccontarmi, con i tuoi tempi, cosa stai vivendo e possiamo capire insieme se e come posso aiutarti
Puoi contattarmi sia se sei tu a vivere una difficoltà sessuale, sia se sei il partner e non sai più come interpretare quello che sta succedendo tra voi
Nel mio approccio, di ispirazione Rogersiana, il percorso parte dall’ascolto della persona e della sua esperienza
Non si tratta di cercare immediatamente una colpa o una prestazione da recuperare, ma di creare uno spazio sufficientemente sicuro per poter dare un nome a ciò che si prova e, quando possibile, ritrovare un modo più autentico di stare in relazione con se stessi e con il proprio partner
A volte il primo passo non è risolvere
È riuscire finalmente a dire:
“Questa cosa mi fa stare male e vorrei poterne parlare.”
E da lì possiamo iniziare.
Perché anche quando il corpo si blocca, le parole possono ancora trovare una strada
Posso presentarti delle FAQ riguardanti l’articolo che potreste trovare interessanti:
L’ansia da prestazione può causare difficoltà di erezione?
Sì, l’ansia e la forte attenzione rivolta alla propria “prestazione” possono interferire con la capacità di vivere l’intimità in modo spontaneo. Una difficoltà occasionale, però, non significa necessariamente che ci sia un problema permanente.
L’ansia da prestazione riguarda soltanto gli uomini?
No. Può manifestarsi in persone di qualsiasi genere e può riguardare erezione, eiaculazione, desiderio, lubrificazione, orgasmo o, più in generale, la paura di non essere all’altezza delle aspettative proprie o del partner.
Perché dopo una difficoltà sessuale si può iniziare a evitare l’intimità?
Perché la paura che l’episodio si ripeta può diventare essa stessa fonte di ansia. Evitare temporaneamente l’intimità può sembrare un modo per proteggersi dalla vergogna o dalla paura di fallire, ma nella coppia può essere interpretato come rifiuto e alimentare ulteriore distanza.
Come posso parlare dell’ansia da prestazione con il mio partner?
Può essere utile partire dalla propria esperienza invece di attribuire intenzioni all’altro. Dire “ho paura che tu non mi desideri più” apre una conversazione diversa rispetto a “perché non mi desideri?”.
Quando è utile chiedere aiuto?
Quando la difficoltà tende a ripetersi, genera molta ansia o vergogna, porta a evitare l’intimità oppure comincia a creare distanza e incomprensioni nella coppia, parlarne con un professionista può aiutare a comprendere meglio ciò che sta accadendo.
Si può affrontare l’ansia da prestazione anche se il problema riguarda la coppia?
Sì. A volte la difficoltà nasce o viene mantenuta anche da ciò che accade nella relazione: silenzi, aspettative, paura di deludere, interpretazioni e difficoltà a comunicare. Per questo può essere utile affrontarla individualmente oppure insieme al partner.
Come sempre, spero di esservi stato utile


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